B U D D H I S M O - Zen

riflessioni saggezza insegnamenti
 

Il Buddhismo Zen

Si tramanda che il monaco indiano Bodhidharma nel 520 d.c. abbia introdotto in Cina la dottrina del Buddha che si consolida definitivamente nell' VIII sec. come Ch'an. Successivamente si diffonde in Giappone, Corea e Viet Nam assumendo la denominazione Zen. Il termine Zen trae dunque origine dal termine Ch'an, a sua volta dal termine indiano Jhana (sanscr.: Dhyana), che vuol dire meditazione, ma ricondurlo a ciò è estremamente riduttivo.
Cos'è, dunque, lo Zen? Lo Zen è nella sua essenza l'arte di vedere nella vera natura di ciascun essere. E' una filosofia buddhista che non può essere spiegata con le parole, non può essere attinta con il pensiero, ma attraverso la pratica che diviene allora una forza motrice possente: un'arte del vivere, una maniera d'essere. Poiché tutti gli esseri senzienti sono già pienamente liberati, rimane il problema di come accorgersi di questo e di come realizzare tale verità per trasformare radicalmente il nostro vivere ordinario. Secondo lo Zen questo si realizza attraverso la pratica, che consiste nel vivere semplicemente con tutto il nostro essere e agire in accordo con la propria natura: "Quando cammini cammina, quando sei seduto sii seduto, soprattutto non vacillare". "Siate protagonisti della vostra vita" è un'espressione che i maestri Zen hanno spesso utilizzato per educare i propri discepoli. "L'uomo è un sovrano spodestato, senza memoria per ciò che lo riguarda, dotato di un'istintiva tensione verso la felicità e la bellezza sull'immenso palcoscenico del mondo, come un attore senza parte, sradicato, in balia della corrente". L'educazione basata unicamente sulla conoscenza intellettuale pare non sia capace di portare soluzioni. Angosciati, disorientati, squilibrati, gli uomini fuggono nei piaceri momentanei e nella distrazione, allontanandosi dall'essenza spirituale e dal vero senso dell'umanità. L'equilibrio naturale degli uomini è rotto perchè non sanno più vivere nelle condizioni normali del corpo e dello spirito. Pratico ed essenziale, lo Zen punta direttamente al cuore dell'uomo, gli indica la Via per realizzare la vera intimità con la propria natura.


Il viaggio di Ajahn Chandapalo in Puglia

Dal 25 Aprile al 1 Maggio la Puglia sarà felice di ospitare il viaggio di Ajahn Chandapalo, monaco da più di 35 anni ed abate del monastero buddhista di tradizione Theravada "Santacittarama". Un'occasione unica per incontrare il Dhamma e la pratica meditativa grazie alle parole e all'insegnamento di un grande maestro contemporaneo.

 

PROGRAMMA DEGLI EVENTI

 

25 Aprile (Martedì) ore 17.00 Barletta

"MEDITIAMO INSIEME PER LA PACE" [Presso Castello Carlo V - Barletta]

A cura di "L'onda de respiro", "Psicoluoghi" e "Cos"

Info | Lucia 3204316315 - Maria Rosaria 3299251894

 

26 Aprile (Mercoledì) ore 18.30 Conversano

"INCONTRARE IL DHAMMA: BUDDHSSMO E MEDITAZIONE"

[Presso "Siddharta Centro Olistico", via Bari 81/A- Converano]

Info l Nino 3297226817 - Faiza 3935662114

*necessaria prenotazione

 

28 Aprile (Venerdì) ore 19.00 Monopoli

"INCONTRO PUBBLICO E MEDITAZIONE"

[Presso il Centro Yoga Solare Auroville, Contrada Bellocchio 494 - Monopoli]

A cura di "Ekletica - II risveglio"

Info l Margot 3339394301

 

29 e 30 Aprile (Sabato 7.30 - 20.00; Domenica 7.30-18.00)

Monopoi "RITIRO INTENSIVO"

[Presso il Centro Yoga Solare Auroville, Contrada Bellocchio 494 - Monopoli]

Info l Margot 3339394301 - Lucia 3204316315

*necessana prenotazione

** Il ritiro ha il costo di 80 euro per i due giorni compreso il pranzo la colazione e il tè/tisana del pomeriggio . Sarà possibile pernottare, prenotando in largo anticipo possibilmente, presso un convento di suore o in due B&B convenzionati, tutti situati nelle vicinanze del Centro yoga solare Auroville di Monopoli. Il ritiro sara' effettuato con un numero minimo di 15 persone.

 

1 Maggio (Lunedì) ore 17.00 Cisternino a cura di "I giardini di Kama"

Incontro pubblico all'interno dello "Orys Yoga Fest"

[Presso "I giardini di Kama", Contrada Specchiaruzzo - Cistemino]

Info l Brigida 3497573668

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Gli incontri saranno a offerta libera e il ricavato sarà devoluto al monastero o per coprire le spese del viaggio del Venerabile.

 

Biografia Venerabile Ajahn Chandapalo

Nato a Preston, nel Lancashire (Inghilterra), inizia ad interessarsi alla meditazione buddhista durante l'ultimo anno di studi presso la facoltà di ingegneria dell'Università di Lancaster.
A Manchester, ad una celebrazione del Vesak nel 1978. incontra per la prima volta il Ven. AjahnSumedho, detta tradizione Theravada dei monaci della foresta. Durante gli studi per il Master in Ingegneria Biomedica presso l'Università di Dundee, incontra il Ven. Ajahn Chah ad Edimburgo.
Dopo aver ricoperto per quasi un anno la posizione di Assistente Ricercatore nell'Unità di Bioingegneria di Glasgow, sceglie di intraprendere il sentiero monastico, e prende gli otto precetti come anagarika (postulante) presso il Monastero di Chithurst nel West Sussex.
Nel 1981 aiuta Ajahn Sucitto a fondare la prima "succursale" del monastero di Chithurst ad Harnham, vicino a Newcastle (oggi noto come ArunaRatanagiri). Riceve l'upasampada (l'ordinazione completa come bhikkhu o monaco) nel 1982. Un anno dopo affianca Ajahn Munindo nella fondazione di un nuovo monastero a Devon. In seguito si trasferisce insieme ad AjahnSumedho e vari altri monaci in una località vicina ad Hemel Hempstead, dove viene fondato il monastero di Amaravati. Quattro anni dopo viene invitato in Svizzera insieme ad AjahnTiradhammo, e qui resterà per più di due anni, contribuendo alla fondazione del Monastero Dhammapala.
Risiede per un anno In Thailandia, presso lì Monastero Internazionale WatPahNanachat. Nel 1993 si trasferisce in Italia, presso il monastero Santacittarama, fondato tre anni prima da AjahnThanavaro.
Nel 1996 Ajahn Chandapalo assume la carica di abate del monastero, la cui sede viene tra-sferita l'anno successivo in una località nei pressi di Poggio Nativo (Rieti) a pochi chilometri da Roma. Tiene regolarmente insegnamenti in vari parti d'Italia e all'estero.

 
 

Riflessioni

 

" Vaghiamo assetati nel deserto alla ricerca della terra promessa,

e non comprendiamo che il vagare è la terra promessa "

Charlotte joko Beck


 

- La promessa mai mantenuta -

I problemi umani nascono dal desiderio, ma non tutti i desideri danno origine a problemi. Ci sono due tipi di desideri: le richieste ("devo averlo") e le preferenze. Le preferenze sono innocue, possiamo averne quante vogliamo. Il problema è il desiderio che esige di essere soddisfatto. È come se ci sentissimo perennemente assetati e, per estinguere la sete, volessimo attaccare un tubo al rubinetto della vita. Continuiamo a credere che, attaccandoci a questo o a quel rubinetto, otterremo l'acqua di cui abbiamo bisogno. Parlando con i miei studenti, mi sembrano tutti assetati di qualcosa. Possiamo procurarci un po' d'acqua qua e là, ma non fa che stuzzicarci. Essere assetati non è per niente divertente.
Quali sono i rubinetti a cui tentiamo di attaccarci per estinguere la sete? Uno potrebbe essere un lavoro che ci sembra quello adatto a noi. Un altro, il 'partner giusto' o un figlio 'che si comporta come si deve'. Correggere un rapporto personale può sembrarci il modo per arrivare all'acqua. Molti credono che estingueremo la sete solo quando avremo corretto noi stessi. Non è possibile per l'io mettere a posto l'io, ma tentiamo lo stesso. Ciò che consideriamo noi stessi non ci sembra mai pienamente accettabile. "Non faccio abbastanza", "Non ho il successo che merito", "Sono sempre arrabbiato, quindi non valgo niente", . "Sono uno studente incapace". Esigiamo un'infinità di cose da noi stessi e dal mondo. Quasi tutto ci sembra desiderabile, un rubinetto a cui attaccarci per ottenere finalmente l'acqua di cui crediamo di aver bisogno. Le librerie rigurgitano di libri fai-da-te che sbandierano rimedi vari per la nostra sete: Fate innamorare di voi vostro marito, Come costruire l'autostima, e così via. Sia che sembriamo o che non sembriamo sicuri di noi, sotto sotto abbiamo la sensazione che ci manchi qualcosa. Sentiamo di dover mettere a posto la nostra vita, di dover spegnere la nostra sete. Dobbiamo fare quel collegamento, infilare il tubo nel rubinetto e bere quell'acqua.
Il problema è che niente funziona davvero. Cominciamo a scoprire che la promessa che continuiamo a fare a noi stessi (che in qualche modo la nostra sete verrà estinta) non può essere mantenuta. Non sto dicendo che non ci godiamo mai la vita. Molte cose possono darci un grande piacere: un rapporto, un lavoro, un'attività. Ma vogliamo qualcosa di definitivo. Vogliamo estinguere la sete una volta per tutte, avere tutta l'acqua che vogliamo ogni volta che la vogliamo. Questa promessa di soddisfazione definitiva non viene mai mantenuta. Non può essere mantenuta. Quando otteniamo qualcosa che desideravamo, c'è una soddisfazione momentanea; poi si riaffaccia l'insoddisfazione.
Se da anni e anni tentiamo di attaccare il nostro tubo a questo o quel rubinetto, scoprendo ogni volta che non ci basta, giungerà un momento di profondo scoraggiamento. Cominciamo a sentire che il problema non sta nel non riuscire ad attaccarci a quel determinato rubinetto, perché nulla di esterno è in grado di soddisfare la sete. A questo punto abbiamo maggiori possibilità di iniziare una pratica seria. Capire che niente mai ci potrà soddisfare può essere un brutto momento. Forse abbiamo un buon lavoro, un bei rapporto o una bella famiglia, eppure continuiamo a essere assetati. Allora ci si fa chiaro che nulla può davvero appagare le nostre richieste. Non funzionerà neanche qualche cambiamento di vita, come ad esempio spostare i mobili. Questo momento di disperazione è in realtà una benedizione, il vero inizio.
Quando lasciamo andare tutte le aspettative accade un fatto strano: cogliamo un barlume di un altro rubinetto, sinora invisibile. Vi attacchiamo il tubo e scopriamo, con delizia, che l'acqua ne sgorga abbondante. "L'ho trovato!", pensiamo. "L'ho trovato!". E poi? Poi l'acqua viene a mancare un'altra volta. Abbiamo trasferito le nostre richieste nella pratica, e ci ritroviamo di nuovo assetati.
La pratica dev'essere un interminabile processo di delusione. Dobbiamo vedere che qualunque cosa desideriamo, o otteniamo, alla fine ci delude. Tale scoperta è il nostro maestro. Per questo dobbiamo fare attenzione a non dare agli amici che stanno male false speranze e false rassicurazioni. Questa forma di solidarietà, che non è compassione vera, non fa altro che ritardare la loro comprensione. In un certo senso, l'aiuto migliore sta nell'affrettare la loro delusione. Sembra insensibilità, una crudeltà, ma non lo è. Cominciare a vedere che le nostre solite richieste sono fuorvianti, è di aiuto a noi e agli altri. Alla fine diventiamo così intuitivi che prevediamo in anticipo la nostra prossima delusione, sappiamo che il prossimo sforzo per estinguere la sete fallirà come gli altri. La promessa non è mai mantenuta. Anche con una lunga pratica alle spalle continuiamo a volte a cercare false soluzioni, ma mentre le rincorriamo ne riconosciamo molto più rapidamente la futilità. Quando ce ne accorgiamo sempre più in fretta, la pratica sta dando i suoi frutti. Una buona pratica seduta stimola inevitabilmente questa accelerazione. Dobbiamo riconoscere la promessa che esigiamo dagli altri e abbandonare il sogno che gli altri possano estinguere la nostra sete. Dobbiamo riconoscere che è un'impresa senza speranza.
I cristiani chiamano questa comprensione la 'notte oscura dell'anima'. Abbiamo esaurito tutte le possibilità e non sappiamo cos'altro tentare. E così soffriamo. Benché al momento paia dolorosa, questa sofferenza è la svolta. La pratica ci conduce a questa fertile sofferenza e ci aiuta a stare con essa. A un certo punto la sofferenza comincia a trasformarsi, e l'acqua sgorga. Ma, perché succeda, tutte le piacevoli fantasticherie sulla pratica e sulla vita devono svanire, compresa la speranza che una buona pratica, o meglio, una cosa qualsiasi, ci possa dare la felicità. La promessa mai mantenuta si basa su sistemi di credenze che sono pensieri egocentrici che ci mantengono bloccati e assetati. Abbiamo migliala di credenze, e annullarle tutte è impossibile. Nessuno vive abbastanza a lungo da riuscirci. La pratica non ci chiede di eliminarle, ma di vederle e di riconoscerle vuote, inutili.
Spargiamo credenze a piene mani come riso ai matrimoni. Sbucano dappertutto. Ad esempio, quando si avvicina il Natale, siamo pieni di attese, vogliamo spassarcela e divertirci. Ma se il Natale non corrisponde alle nostre attese, diventiamo depressi e amareggiati. Il Natale sarà come sarà, indipendentemente dalle nostre aspettative. Allo stesso modo, riguardo allo Zen, possiamo nutrire la speranza che la pratica risolverà i nostri problemi e renderà la nostra vita perfetta. Invece la pratica dello Zen ci riporta alla vita così com'è. Lo Zen è essere sempre di più la nostra vita. La nostra vita è semplicemente così com'è, e lo Zen ci aiuta a prenderne atto. Pensare "Se praticherò con pazienza, tutto sarà diverso" è un'altra credenza, una versione diversa della promessa che non viene mai mantenuta. Quali sono le vostre credenze personali?[…]

Charlotte Joko Beck

 

- Il teatro dell' esistenza -

Sembra che noi spendiamo gran parte della nostra vita nella ricerca di ciò che crediamo ci renderà felici. In questo modo noi tessiamo le nostre vite in ciò che appare essere un convulso tentativo di mettere ordine in noi stessi, nelle nostre famiglie, nel mondo, facendo aggiustamenti e cambiamenti nella speranza di raddrizzare le nostre vite e rendere il mondo un luogo sicuro e confortevole. Quello che realmente stiamo tessendo è un sogno, un sogno che sorge dal senso di qualcosa di più pieno, qualcosa di integro, felice, sicuro e completo. Trascorrendo le nostre vite in una sorta di amnesia, abbiamo dimenticato che la vita "perfetta" non si può trovare altrove, che è proprio di fronte a noi. Crediamo con tutto il cuore che questo sé frammentato sia tutto ciò che c'è, e dissipiamo le nostre vite escogitando strategie per farci sentire più integri, meno minacciati.
Diveniamo grandi commediografi, creando personaggi e scene. Trasformandoci in protagonisti, stabiliamo i requisiti su come e chi dobbiamo essere per far sopravvivere ciò che crediamo essere un'esistenza indocile - e crediamo ai nostri drammi con ogni atomo del nostro essere. Per un certo tempo le nostre creazioni sembrano poter funzionare. La nuova relazione, il nuovo lavoro, il nuovo workshop, qualsiasi metodo scegliamo, può darci il senso che è ciò che metterà ordine nella nostra vita. Ma non passa molto tempo che la scontentezza, in una forma o l'altra, inizi nuovamente ad affiorare.
Come rispondere? Lavoriamo più duramente per sistemarci? Adottiamo un atteggiamento rassegnato? Forse cerchiamo degli insegnanti speciali o nuove pratiche. Quale che sia la nostra risposta, se il nostro scopo è il sistemarci, allora ciò che realmente stiamo facendo è dare la caccia a sogni su ciò che crediamo ci renderà felici. Qual è l'origine di questa credenza che qualcosa manchi? Perché cerchiamo di trasformare noi stessi e le circostanze della vita? Se siamo fortunati, possiamo cominciare a porci queste domande. Il nostro desiderio di aggiustare il mondo affinchè si adatti alla nostra concezione del modo in cui le cose dovrebbero essere riflette il paradosso di ciò che significa essere umani: noi consideriamo noi stessi, le nostre vite, come incompleti e frammentati; nello stesso tempo, abbiamo una vaga reminiscenza di integrità.
Per sentire che qualcosa manca, noi dobbiamo sapere che esiste un intero. Bramiamo ciò che siamo già, e la nostra brama è il risultato del non ricordare che la vita in ogni istante è tutto ciò che c'è. Così, come ricordare? Se cominciamo ad ascoltare apertamente, osservando e av-
vertendo il nostro senso di perdita piuttosto che cercare di ripararlo, il nostro disagio può divenire la nostra chiamata al risveglio. Quando cominciamo a mettere in discussione non le condizioni della nostra vita, ma l'insoddisfazione stessa, cominciamo realmente a praticare. Col
tempo, impariamo che è la credenza che noi e il mondo non siamo affatto adeguati che ci impedisce di comprendere la verità.
Noi abbiamo una scelta. Possiamo rimaneggiare il copione, perfino dare inizio a una nuova commedia, oppure possiamo osservare ed ascoltare il dolore, la paura, qualsiasi cosa non sia "proprio giusta", come pensieri, emozioni e sensazioni corporee. Possiamo ascoltarli come voce che sussurra da un qualche luogo intimo profondo, spronandoci a risvegliarci alla pienezza della vita, proprio qui, proprio ora. Se ci volgiamo e rivolgiamo continuamente verso ciò che sperimentiamo con apertura e volontà di imparare, allora potremo ricordare qualcosa. Potremo ricordarci che ciò di cui siamo in cerca è stato qui, tutto il tempo.
Essere umani significa dimenticare e ricordare. La nostra vita è proprio questo ciclo di dimenticare, ricordare, dimenticare, ricordare. Quando siamo addormentati, e prima o poi tutti siamo addormentati, siamo convinti che ciò che chiamiamo "io" sia tutto ciò che c'è. Perfino il solo supporre di mettere in discussione le nostre credenze più profonde e le nostre strategie per garantirci che questo sé prevarrà, è spaventoso.
Tuttavia, dal punto di vista della pratica, svegliarci dal nostro sonno richiede niente di meno che una meticolosa investigazione su tutti gli aspetti di questo meccanismo di auto conservazione. Dobbiamo incoraggiare noi stessi ad essere presenti a noi stessi, a sperimentare pienamente la nostra felicità o la nostra angoscia, il nostro orgoglio e la nostra vergogna, il nostro amore e il nostro odio, i nostri timori più profondi, in qualsiasi forma e contesto appaiano.
Questo lavoro deve procedere per 24 ore al giorno: ricordare, dimenticare, ricordare, dimenticare. Imparando lentamente ad essere presenti a qualunque circostanza sorga, anche solo per una frazione di secondo, non c'è più ne ricordare ne dimenticare: c'è, semplicemente, l'onnipervadente integrità.

Diane Rizzetto

 
 
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